Dal dischetto della vita
di
Mario Gaudio
Dopo l’emozionante e profondo Invernale, Dario Voltolini ci regala un racconto la cui semplicità convive in perfetta armonia con interessanti spunti formativi veicolati per mezzo dello sport, non più inquadrato come esercizio di mero agonismo, ma rappresentato nei suoi aspetti intuitivi che, in alcuni casi, rasentano addirittura picchi di misticismo.
Lo scrittore innesca la miccia della narrazione costruendo uno scenario da tempesta perfetta ‒ sportivamente parlando, s’intende ‒ dinanzi a cui le coronarie di qualsiasi tifoso sono messe a durissima prova. Ultima giornata di un non meglio precisato campionato, due squadre ‒ separate da un punto in classifica ‒ che si contendono, a furia di scarpinate sul rettangolo di gioco, il tanto agognato primato, un rigore inesistente assegnato al novantesimo minuto che cala, a suon di imperturbabile fischietto arbitrale, con l’asettica ferocia della mannaia del boia sul capo di una delle due compagini atletiche a cui le sofferenze son crudelmente incrementate dall’espulsione del portiere titolare e del giustamente irato allenatore.
Segue l’ingresso di Cebola, estremo difensore «giovane, magro, sconosciuto», il cui esordio è malamente accompagnato da un errore di accentazione dello speaker dello stadio che ne storpia involontariamente il nome. In quel preciso istante, il bomber della squadra avversaria e l’ignoto portiere sono separati da undici metri e pochi secondi che decideranno il destino di un’intera stagione sportiva e, al contempo, saranno l’acme di una storia iniziata anni addietro all’interno del perimetro di un cortile prospiciente un rinomato istituto scolastico.
Il tempo sembra fermarsi e la vicenda narrata imbocca altre vie sulle quali il lettore incontra un Cebola bambino, irrequieto nelle gambe e filosofo nella testa, che corre a perdifiato assieme all’altrettanto scalmanato Fulger, custodendo in tasca, a mo’ di talismano, una stropicciata figurina di Yashin, inarrivabile portiere sovietico.
Nonostante i consigli del testardo mister Rosario, che vorrebbe indirizzarlo verso l’atletica, l’altrettanto ostinato Cebola decide di diventare una contraddizione, comprimendo la sua velocità e preferendo giocare a calcio nel più statico dei ruoli: quello dell’estremo difensore.
Nessuno comprende tale scelta, ad eccezione di Leo, enigmatico allenatore che intravede nel giovanissimo atleta una rapidità che oltrepassa la soglia muscolare per divenire peculiarità visiva e mentale al limite dell’umano.
Cebola si proietta dunque contro la logica e l’evidenza, scommette su stesso ispirato da un misto di incoscienza ed eroismo, sino a ritrovarsi faccia a faccia con il più temibile dei marcatori in occasione della più delicata delle partite.
Se quel goal sarà realizzato o meno, trasformandosi nel trionfo o nel tracollo di una storia, tocca al lettore scoprirlo, ciò non toglie che Voltolini ci abbia regalato un altro pezzo di bravura in cui il piacere del raccontare si mescola alla consapevolezza di un antico adagio secondo cui «lo sport è l’unica guerra senza morti». Saggezza invidiabile di cui tanto necessitano i nostri tempi funesti.