Il neo (o la macchia di caffè) e John Milton
di
Ettore Marino
V’è un tipo di mortale che sulla più liscia e bianca e soda delle pareti individua a un’occhiata una screpolatura, o un neo sopra la più soave delle pelli, o un capello canuto tra la più folta e corvina delle chiome; né lì si ferma, giacché alla screpolatura, al neo e al capello canuto egli riduce la parete la pelle la chioma, le appiattisce al difetto, le condanna al disprezzo e all’oblio. Ma non è ancora tutto. Vano è infatti mostrargli la screpolatura essere una ragnatela, il neo una macchia di caffè, il capello canuto un bianco filo di cotone smagliato da una cuffia: se ha dannato ha dannato, e ne gode. La sminuente pratica investe ogni dominio umano. Restringiamoci al campo delle Belle Lettere. Una a me pur cara amica, saputo ch’ebbe non so come che Dante Alighieri avesse una volta accettato un gruzzoletto di denaro sotto la specie di quella che oggi è chiamata tangente, vero o falso che fosse, cessò di leggerlo, e mai più riprese. Un amico della medesima schiera, avendo letto che Goethe solesse pasteggiare tre volte al dì accompagnando col vino i tre pasti, lo apostrofò beone, e corse a caccia d’altre pecche. Una dozzina d’anni addietro prestai a entrambi (sono consorti, i due, e vivono felici) la mia copia di Vecchia Calabria di Norman Douglas. Gliela prestai con innocenza. Me la restituirono con voluttà di colpa. Colpa altrui, si capisce. Il XXI capitolo del libro, infatti, intitolato Milton in Calabria, asserisce che il dramma sacro Adamo caduto del francescano Serafino della Salandra, pubblicato a Cosenza nel 1647, sia stato stimolo e modello del miltoniano Paradise lost. Francesco Zigari[1], il cui nome il Douglas altera sempre in Zicari, aveva al proposito accusato John Milton di plagio. Douglas ne sposa la tesi, ma la ammorbidisce, non parlando di plagio sibbene, appunto, di influsso determinante quanto certo.
Chi a chiare lettere enuncia la peraltro antica verità secondo cui l’originalità di un’opera non vada pretesa nella totale assenza di modelli è Flavio Giacomantonio che, poeta, traduttore di Shakespeare, di Donne, di Wordsworth, a Milton e a della Salandra dedicò due attentissimi studi[2] cui torneremo dopo avere sparso un po’ di premesse necessarie. Anticipiamo solo che grazie a Giacomantonio il dramma del Salandra, scrollatasi di dosso la buia polvere dei secoli, è tornato leggibile a chi ne avesse desiderio.
“Il mondo dell’arte non è questo mondo più o meno idealizzato: è un altro mondo.”, disse Malraux[3], e disse giusto. Aggiungiamo che detto mondo fiorisce, se fiorisce, dalla felicemente risolta tensione tra il solco tracciato nella mente comune da chi venne prima e l’urgenza di dare forma al proprio tumulto. Ripeto, teniamoci alle Lettere. Un’opera letteraria può essere considerata nella sua assolutezza; può essere letta come effetto, e come causa a sua volta, di altre opere; come essudato d’un prius extraletterario: eco d’un mondo, di una contingenza, dell’anima di chi l’ha generata; come specchio di chi la contempla; come leva per tentar di scalzare strutture interumane che ci stiano strette; come randello che dette strutture aiuti a conservare intatte; come gloria d’un popolo, d’una città, di un clan, di una zia, d’un cognato… Come pretesto, insomma, all’estasi, all’indagine, alla Ciarla. Quest’ultima s’avvita su sé stessa spacciando arbìtri per nessi di causa, arguzie per giudizi di valore, pallottole di sabbia impastata di sputo per pietre da costruzione. La Ciarla ama valutare. Se a muoverla è la malevolenza, il neo d’un plagio è boccone ghiottissimo. L’affaire Salandra, poi, è una manna per la rivendicatorietà di casa nostra. Par quasi udirne l’eco: “Il padre di Shakespeare era italiano, e Milton scopiazzò un poeta del nostro Meridione!”. Si sopravvive anche così…
Non so, né in fondo importa, in quanti abbiano letto i ponderosi studi di Flavio Giacomantonio. Planano lenti e inesorati nel testo, del Salandra e del Milton, ne indagano i modelli, ne illustrano gli snodi, ne sottolineano i momenti forti, ne illuminano i bui. Il Paradise lost (dicemmo in nota e ripetiamo) è accompagnato da una traduzione, grata a chi trovi arduo l’inglese del poeta puritano. Una copiosa messe di note, oltre a chiarire i passi oscuri e a puntualmente rimandare alle fonti, dà ragione della resa di questo o quel vocabolo, di questa o quella frase. Generosissima la bibliografia. La sola cosa che dispiaccia nel corpo vasto e possente della traduzione è una troppa indulgenza all’apocope e una condiscendenza alla rima, da rifuggirsi se si volge da versi sciolti in versi sciolti. Esempio: “Aveva appena smesso di parlare, che il gran / Nemico già verso la riva s’era incamminato; / il ponderoso scudo, al fuoco celeste temperato, / aveva a tergo, imponente, rotondo, smisurato. / L’ampio cerchio pendeva dalle spalle, simile / alla luna, la cui orbita, dall’alto di Fiesole / o in Valdarno, l’imaginifico toscano col suo / telescopio scruta la sera, tentando di trovar, / nel globo maculato, terre nuove, montagne o fiumi.”[4] Quanto all’asserto predicante Milton influenzato dal Salandra, Giacomantonio lo affronta a lume di umiltà. Innegabili le forti analogie tra Adamo caduto e Paradise lost, ma l’argomento poteva condurre di suo in quella direzione. Salandra e Milton potrebbero essersi conosciuti durante il soggiorno dell’inglese a Napoli (Novembre e Dicembre 1638), dove quest’ultimo potrebbe aver assistito a qualche rappresentazione dell’ancora inedito Adamo caduto o averne letto una copia manoscritta: manca però la prova. “Zigari […], senza mezzi termini, accusa Milton di essere un plagiario; affermazione […] improponibile perché la fonte, più o meno autorevole, è infatti, per un vero artista, solo un’occasione; ed essa, pertanto, non inficia minimamente l’opera d’arte, che è tale perché è unica e inimitabile. […] Lo stato degli studi impone di spostare la sede della discussione in un ambito in cui il confronto ragionato e specialistico sia più esteso e articolato, la dialettica non sia condizionata da fattori emotivi e dogmatici, e il contraddittorio sia, dunque, sostenuto da ragioni obiettive e criticamente fondate. […] Si può discutere, criticare, approfondire, ma non negare l’esistenza di una gran messe di analogie tra le due opere e, quindi, dell’opportunità di uno studio che chiarisca, con rigore e metodo scientifico, tutti i problemi sollevati.”[5]
Umiltà, dissi sopra. Occorre questa perché si arrivi alla Parola. La Ciarla, per contro, è frettolosità arrogante. La coppia di acido affare con cui ho aperto l’articolo mai darà ascolto a ciò che metta in fuga o solo in dubbio quel che le dà diletto. La vicenda dell’Uomo pare a volte ridursi alla lotta inesausta tra Parola e Ciarla. Sono esse l’ordito e la trama di tutti i nostri istanti. Ne siamo artefici e vittime, tutti. Ringraziamole entrambe, giacché sono noi stessi. Lasciamoci però nutrire da ciò che veramente nutre.
[1] Francesco Zigari, Sulla scoverta dell’originale italiano da cui Milton trasse il suo poema del Paradiso perduto, Pasca editore, Napoli, 1832. Douglas poté però leggerlo sull’Album Scientifico-Artistico-Letterario edito a Napoli da Borel e Bompard nel 1845.
[2] Serafino della Salandra, Adamo caduto, revisione, saggio, traduzione e note a cura di Flavio Giacomantonio, Fabrizio Serra editore, Pisa – Roma, 2009; John Milton, Il Paradiso perduto, introduzione, traduzione e note a cura di Flavio Giacomantonio, Fabrizio Serra editore, Pisa – Roma, 2009. A ciò si aggiunga la curatela di Giacomantonio de Il Paradise lost di John Milton e il tema della caduta nella tradizione letteraria italiana: da Giambattista Andreini a Serafino della Salandra, Atti Milton Conference, Matera, 10 – 11 Novembre 2006, Fabrizio Serra editore, Pisa – Roma, 2009.
[3] André Malraux, Les voix du silence.
[4] Cfr. Il Paradiso perduto…, cit., p. 83. “Ho tradotto il sostantivo ‘artist’, usato da Milton, con ‘immaginifico’ (sic!), nel senso di persona capace di suscitare immagini. […] Traduco ‘optic glass’ con ‘telescopio’, che Galilei chiamava occhiale.” Nota di Giacomantonio, p. 107.
[5] Cfr. Adamo caduto…, cit., p. 82.